Il Mahabharata

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1 luglio 2011 In Racconti

MahabharataIl Mahābhārata è uno dei più grandi poemi epici dell’India; Bhārata era il nome con cui era chiamato il territorio indiano prima di essere chiamato India (nome derivato dal fiume Indo). Tradizionalmente, si crede che l’autore di queta vasta opera, che consta di ben 110000 strofe, sia il saggio Vyasa e che essa sia ambientata nell’India di circa 5000 anni fa.
Una particolarità di questo poema epico (che si può riscontrare in molti altri) è una narrazione ad embedding (incastonatura), in quanto contiene continue digressioni dalla storia principale sia introducendo dibattiti o insegnamenti di carattere morale che storie nelle storie.
Uno dei personaggi chiave della storia è il Signore Krishna, che abbiamo detto (parlando dei principi dei chakra) essere la manifestazione del principio sottile del Vishuddhi chakra. Egli infatti manifesta tutte le qualità di questo chakra e il Suo insegnamento fondamentale è quello del distacco, di diventare Sthita Pragya, ovvero diventare testimoni della nostra vita: la nostra vita è come un gioco, una commedia di cui noi dovremmo essere non solo gli attori, ma anche gli spettatori. Questo insegnamento viene rilasciato in uno dei più noti trattati sullo Yoga, la Bhagavad Gita, che è appunto una parte del Mahābhārata. È una delle famose digressioni precettuali cui accennavamo e ha luogo nel contesto più impensato: in un campo di battaglia, il Kurukshetra.
Presenteremo solo un “sunto” della storia, lasciando al lettore la curiosità di leggere tutta l’opera.

Come tutto iniziò

Tutto cominciò quando i demoni, avendo ricevuto l’ennesima sconfitta da parte dei deva (gli dei), si erano incarnati a migliaia sulla Terra diventando un’incontrastabile minaccia per tutte le popolazioni. Fu allora che Bhumi stessa (la Terra) si recò dal Signore Brahma e l’invocò di aiutarla a liberarsi da quegli esseri malvagi. Vishnu (il Preservatore) si incarnò allora come Krishna e molti altri deva si incarnarono come altrettanti guerrieri per sconfiggere tutti questi demoni.
Ed ecco come questo avvenne.

Il re Shantanu e la Dea Ganga

Il regno di Hastinapura era governato dal giusto re Shantanu.
Un giorno passeggiando lungo il fiume Gange, incontrò una meravigliosa giovane che subito fece breccia nel suo cuore al punto di chiederle di sposarlo. Lei accettò ma ponendo delle condizioni bizzarre, “Che lei sarebbe rimasta con lui, se e solo se lui non le avrebbe mai chiesto nome e provenienza, e non avrebbe  mai criticato il suo agire, per quanto strano potesse essere”.
Lui accettò senza esitazione e passò un periodo di intensa gioia e felicità accanto alla sua regina, fino a che il giorno funesto arrivò, quello in cui sua moglie annegò il primo figlio nel Gange; e così pure il terzo e il quarto. Shantanu era disperato, ma aveva troppa paura di perdere la moglie per lamentarsi del suo comportamento. La storia andò avanti così per ben sette volte, ma all’ottava Shantanu non potè più trattenersi e bloccò la moglie, chiedendo spiegazioni.
Così lei spiegò di essere Ganga (la Dea del fiume Gange) e che per un errore nella precedente vita loro due erano stati condannati a unirsi e poi a separarsi nella vita attuale; mentre gli otto figli avuti erano gli otto Vasu, che avevano anch’essi commesso una trasgressione ed erano stati condannati a vivere come mortali e lei li aveva subito uccisi per consentire loro di tornare subito sulle loro sfere celesti. L’unico sopravvissuto, Devavrata, sarebbe rimasto e sarebbe quindi stato il successore di Shantanu. Ma lei, a malincuore, dovette andar via.

Il voto di Bhishma

Non passò molto che lo “sconsolato” Shantanu, perse la testa per un’altra fanciulla, Satyavati, la figlia adottiva di un pescatore. Benché ella fosse solo la figlia adottiva di quel pescatore, ella avrebbe acconsentito al matrimonio solo con il consenso del padre, il quale (ahimé) pose nuovamente delle condizioni, “che i suoi nipoti diventassero gli eredi al trono”.
E fu così che il virtuoso Devavrata, con il solo desiderio di rendere felice il padre, fece voto di rinunciare al trono e di perpetuo celibato. Da quel momento Devavrata si chiamò Bhishma, che significa “colui che pronuncia un voto difficile e lo osserva”.
Ma il re Shantanu morì quando i nuovi figli erano troppo giovani per governare e così Bhishma si prese l’onere del governo fino a che la loro maggiore età non fosse giunta. Dei due giovani figli solo il minore sopravvisse ed ereditò il trono.
Bhishma e Satyavati si preoccuparono poi di trovargli moglie, anzi mogli. Ma la felicità del giovane re durò poco, perché una malattia mortale lo colpì giovanissimo. La regina, disperata per aver perso in così breve tempo il marito e i due figli, cercò subito di trovare una soluzione per permettere un successore; cercò prima di tutto, ma inutilemente, di convincere Bhishma a rompere il suo voto di brahmacharya (celibato). E poi propose un’altra soluzione. Prima di incontrare il re Shantanu, un saggio, incantato dalla sua bellezza, le chiese di fare un figlio insieme e questo figlio è diventato poi il famoso saggio Vyasa; propose quindi di chiedere al figlio Vyasa di evitare l’estinzione di una delle discendenze più nobili di Bharata-varsha.

Nascita dei Pandava e dei Kaurava

Dall’unione di Vyasa e le due regine nacquero Dritarashtra (privo di vista sia materiale che spirituale), Pandu (al quale fu predetto che non avrebbe vissuto a lungo) e il saggio Vidura.
Raggiunta l’età, Dritarashtra sposò Gandhari e Pandu Madri e Kunti. Data l’infermità di Dritarashtra, Pandu sarebbe stato il successore al trono. Ma a causa di una maledizione che lo condannava all’impossibilità di procreare, si ritirò nella foresta con le sue mogli, lasciando nuovamente il trono a Bhishma.
Passando gli anni, quella situazione si rese insopportabile per le mogli di Pandu che desideravano avere figli, e fu a quel punto che Kunti raccontò della benedizione che aveva avuto da un santo di poter invocare (nientemeno) i Deva per avere dei figli.
Pandu fu contentissimo della soluzione proposta. E fu così che Kunti ebbe un figlio dalle qualità di giustizia e rettitudine (Yudhisthira, figlio di Dharma), uno fortissimo (Bhima, figlio di Vayu) e uno che fosse il più valoroso in combattimento (Arjuna, figlio di Indra, il re dei Deva). A quel punto, soddisfatta, Kunti insegnò il mantra anche a Madri per permetterle di avere dei figli, e lei decise di avere una prole di bell’aspetto e dalla grande erudizione e saggezza, per cui si appellò ai gemelli Ashvini Kumara, ed ebbe due gemelli che chiamò Nakula e Sahadeva. Ecco qua come nacquero i cinque Pandava, gli eroi della nostra storia.
Alla notizia della nascita del primogenito di Pandu, Gandhari (nel frattempo anche lei in attesa), rimase fortemente delusa che il suo nascituro non sarebbe stato l’erede al trono, e si colpì il ventre per abortire; a quel punto spuntò fuori Vyasa che l’aiutò a riprendere la gravidanza, che però avrebbe dato alla luce ben 100 figli e una figlia! La prima nascita, quella di Duryodhana, fu accompagnata da presagi infausti, preannunciando così un destino di sventure per la stirpe kshatriya (la casta dei guerrieri).

L’invidia di Duryodhana

Gli anni passarono, per ben quindici anni Pandu e la sua famiglia vissero nella foresta, e i suoi figli crescevano ricevendo i primi insegnamenti dai saggi di quegli eremi. Ma ecco che un destino annunciato primo o poi si attua: la morte di Pandu. A quel punto Kunti e i figli (Madri si era immolata sul rogo col marito, perché si sentiva responsabile dell’accadimento) si recarono ad Hastinapura, dove i figli avrebbero potuto studiare, e comunque Yudhisthira era il principe ereditario al trono. Arrivati alla capitale, Kunti e i cinque Pandava furono ricevuti dai parenti con calore.
Negli anni a venire, i giovani Pandava studiarono e vennero addestrati all’arte della guerra insieme ai loro cugini Kaurava; benché tutti fossero alquanto abili, i fratelli Pandava riuscivano sempre ad eccellere chi in una disciplina, chi in un’altra, ispirando nel cugino Duryodhana una forte invidia, al punto che questi cominciò a complottare con lo zio materno Shakuni e il fratello minore Dusshasana per liberarsi del più forte di loro, Bhima. Tuttavia, la natura divina di Bhima lo protesse dal tentato omicidio; ma questo atto segnò l’inizio della rivalità fra i due rami della famiglia regnante di Hastinapura.
Al termine del loro corso di studi, il loro maestro d’armi Drona, mise alla prova i suoi allievi chiedendo come guru-dakshina (tributo da donare al maestro) la conquista del re Drupada, con cui aveva un conto in sospeso; in questa occasione fu messa in mostra la capacità stratetigica dei principi Pandava, che permise loro di sopraffare il nemico e di condurlo umiliato dal loro maestro; di nuovo i Pandava riuscirono a superare i loro cugini, i quali avevano miseramente fallito con il loro assalto.

Complotto di Duryodhana

A questo punto, Yudhisthira fu investito della carica di principe ereditario, cosa che fece morire d’invidia Duryodhana, che si ritrovò nuovamente a complottare con i suoi fedeli per liberarsi una volta per tutte degli odiati cugini. L’idea fu di convincere suo padre a mandare i nipoti a Varanavata per riposare, e la casa che li avrebbe ospitati fu costruita in quattr’e quattr’otto con materiali altamente infiammibili: facile è immaginare quale fine avesse destinato per loro!
Avvertiti del complotto, i giovani principi non sapevano che fare per fronteggiare la situazione: una guerra era impensabile in quel momento, così (su suggerimento dello zio Vidura) diedero fuoco alla casa e, mentre tutti piangevano per la loro morte, avevano trovato rifugio nella foresta vicina alla città.
Dopo varie vicissitudini, i cinque Pandava e la loro madre Kunti decisero di viaggiare in incognito, camuffati da brahmini e fu così che si sistemarono a casa di una famiglia di brahmini dove rimasero per alcuni mesi; fino a che vennero a sapere da un viandante che il re Drupada aveva indetto uno svayamvara – un torneo torneo particolarmente difficile che aveva come premio la mano di sua figlia Draupadi. Si dice che Draupadi fosse una creatura celestiale nata da un fuoco sacrificale (in effetti ella era l’incarnazione di Shri Vishnumaya…).
Incuriositi da quel racconto, tutti e cinque i principi vollero recarsi al torneo, dicevano, “per vedere cosa sarebbe successo” e così fecero.

Il matrimonio con Draupadi e il ritorno dei Pandava

La sfida era davvero difficile da vincere e tutti i re e i principi intervenuti avevano fallito; solo Arjuna, ancora nelle vesti di un brahmino, riuscì nell’impresa e ad assicurarsi così Draupadi in moglie.
Senonché, giunto a casa con il fratello Bhima, sulla soglia di casa annunciò alla madre di essere tornato con un dono, e lei prontamente rispose che avrebbe dovuto dividerlo con i suoi fratelli, come al solito. A quei tempi la veridicità di parola era uno dei principi fondamentali e uno dei valori a cui si dava maggiore importanza, perciò, sebbene Kunti non fosse a conoscenza del dono che i figli avevano portato, questi ultimi avrebbero dovuto dividere Draupadi tra loro.
E così fu che Draupadi divenne la moglie dei cinque Pandava.
Al torneo era anche presente il re Krishna con suo fratello Balarama, il quale sapeva (naturalmente) che i presunti brahmini non erano altro che i giovani principi di Hastinapura; e così li seguirono a casa e si presentarono come loro cugini: infatti essi erano i figli di Vasudeva, il fratello di Kunti.
Ora finalmente i cinque principi fuggiaschi non avrebbero dovuto più nascondersi, perché avevano trovato dei validi alleati nei re Krishna e Drupada.
Intanto ad Hastinapura erano tutti stupiti per la ricomparsa dei giovani Pandava, ma anche preoccupati per il possibile conflitto che ne poteva insorgere, e così il re Dritarashtra decise di invitarli a palazzo per giungere ad un compromesso di pace. Il compromesso fu quello di dividere il regno in due parti: la parte di sud-ovest sarebbe stato il regno di Yudhisthira e il resto di Duryodhana. L’imbroglio era evidente: tutti sapevano che la regione affidata ai Pandava era praticamente un deserto, senza grandi città, né acqua, né vegetazione, mentre la zona destinata a Duryodhana era quella più florida e sviluppata.
Nonostante ciò il figlio di Dharma accettò con parole gentili, ringraziando di cuore. La capitale del regno di Yudhisthira era Khandavaprastha, un tempo opulenta e florida, ma ora ridotta a un piccolo paese circondato da uno sterile deserto, a causa di una terribile maledizione. Ma i Pandava non si sentirono scoraggiati e si misero al lavoro. In effetti, grazie alla collaborazione di Krishna che invocò l’aiuto di diversi Deva, come Indra che fece piovere (in suo onore la capitale fu chiamata Indra-prastha), Vishvakarma che costruì meravigliose città, ecc, non passò molto tempo che dove prima si estendevano aridi territori, ora si poteva ammirare un luogo pieno di verde, di fiumi, laghi e fantastiche città.

Finalmente i pandava poterono godersi un lungo periodo di serenità e prosperità.
Inoltre, grazie all’aiuto di un asura (demone), un eccellente architetto cui Arjuna aveva salvato la vita, fu costruito un maestoso palazzo regale, che fece crescere il prestigio del regno governato dai Pandava. Al ché, il loro padre Pandu, che si trovava nei cieli, mandò un messaggero ai suoi figli per chieder loro di compiere un sacrificio che avrebbe significato grande prestigio per lui e per la loro stirpe: il rajasuya-yajna. Ovvero, con l’auspicio di una cerimonia rituale, avrebbero dovuto far accettare (con le buone o con le cattive) da tutti i re del Bharata-varsha (overo dell’India) Yudhisthira come imperatore e riscuotere i tributi tradizionali.
Il rajasuya fu un grande successo. Tutti i saggi presenti benedirono in continuazione il virtuoso Yudhisthira e i suoi fratelli, sostenendo che mai si era visto uno yajna tanto bello e opulento. Solo Narada taceva… il suo occhio profetico vedeva nel tempo i terrificanti eventi che sarebbero accaduti… certamente tutto quel successo non aveva lasciato indifferente il famigerato cugino Duryodhana, la cui invidia cresceva ogni giorno di più… al punto da ridurlo ad un evidente stato depressivo.

Il piano diabolico dello zio di Duryodhana

Suo zio Shakuni conosceva bene la causa del malessere del nipote e per vederlo felice ideò un piano infallibile per liberarsi definitivamente dei Pandava. Il piano consisteva nel far costruire un palazzo regale ad Hastinapura e di invitare i cugini all’inaugurazione, e poi di approfittare di quell’occasione per sfidare Yudhisthira al gioco dei dadi di cui era un appassionato; la cosa sarebbe nata come un innocente gioco, ma l’obiettivo era quello di privare i Pandava di tutte le loro fortune, e questo grazie all’abilità dello zio di vincere sempre a quel gioco con i suoi dadi magici.
Detto fatto: senza nessuna difficoltà riuscirono a convincere il re cieco a realizzare l’opera e a mandare un invito ufficiale ai Pandava per l’inaugurazione. E così, mentre i principi di Khandava-prastha visitavano il nuovo palazzo, Duryodhana e suo zio non si risparmiavano di provocarli e di sfidarli ai dadi.
L’iper-dharmico re Yudhisthira, che aveva fatto voto di non rifiutare mai una sfida, dovette accettare… e lancio dopo lancio, ad uno ad uno perse tutti i suoi averi, e avendo perso tutti i suoi averi puntò i suoi fratelli e infine se stesso, e poi – peggio che mai – la moglie Draupadi.
Ebbro per la vittoria, Duryodhana mandò suo fratello Dusshasana a prendere Draupadi, e quel villano non esitò a portarla con la forza, trascinandola nella sala per i capelli; e per aggiungere insulto ad insulto, provò a privarla della sua veste. Draupadi, disperata, poiché i suoi mariti – prima di tutti Yudhisthira, che rimaneva immobile, come paralizzato – non si muovevano in sua difesa, invocò l’aiuto del Supremo, ovvero di Shri Krishna, il quale intervenì facendo sì che la sari (veste indiana) che la ricopriva diventasse infinitamente lunga.
Nonostante la castità di Draupadi fosse stata protetta dal quel miracoloso intervento, la furia dei principi aveva raggiunto il culmine e tutti loro giurarono di uccidere i loro malvagi cugini.
Il re Dritarashtra, terrorizzato, realizzò la gravità della situazione e restituì tutto ai nipoti. La sera stessa i Pandava, per nulla chetati dal gesto dello zio, ripartirono per Khandava-prastha. Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro, e quella sfida aveva provocato una rottura che sicuramente avrebbe portato ad una guerra; per evitare questo pericolo, Duryodhana sfidò di nuovo i Pandava che, sconfitti, dovettero andare in esilio per dodici anni nella foresta e per uno in incognito.

L’esilio dei Pandava

Il periodo dell’esilio fu un periodo di preparazione fisica e spirituale in vista di un possibile conflitto con i loro avversi cugini. Stringere nuove alleanze e rifornirsi di nuove potenti armi, diede nuovo vigore ai principi esiliati. Arjuna si recò persino da Shiva per prendere in prestito l’invincibile arma pashupata, grazie alla quale anche Indra gli avrebbe concesso le sue armi divine. Dopotutto i nemici da affrontare erano davvero forti e altrettanto abili nell’arte della guerra, certamente da non sottovalutare. Inutile dire che il giovane guerriero riuscì nell’impresa, e ricevette non solo l’arma di Shiva, ma quelle di Indra, Kubera, Yama e Varuna, che gli insegnarono come adoperarle.
Nel frattempo, per quanto Duryodhana si crogiolasse nei piaceri e nelle ricchezze, non poteva mai dimenticare che prima o poi avrebbe dovuto affrontare i suoi odiati parenti. Così un giorno, giusto per vezzo, decise di recarsi vicino al luogo del loro accampamento coi suoi fedeli, con l’intenzione di beffeggiare i cugini per la loro amara sorte. E invece, proprio in prossimità del loro rifugio s’imbatterono in un gruppo di soldati Gandharva (temuti persino dai Deva), e osarono sfidarli; subirono così una cocente disfatta e Duryodhana fu fatto prigioniero. I suoi soldati, disperati, andarono a chiedere aiuto proprio ai Pandava, che (tanta era la loro virtù) decisero di intervenire per salvare il cugino e riuscirono nell’impresa.
Ma questo salvataggio risultò per Duryodhana il peggiore degli affronti, e rimase così avvilito che decise di abbandonare questo mondo; ed era lì, chiuso in se stesso e quasi sul punto di abbandonare le sue spoglie mortali, che i rakshasa (demoni) dall’altro mondo dovettero intervenire per convincere il loro condottiero a rimanere sulla Terra a combattere. E fu così che Duryodhana ritornò in patria più agguerrito che mai.
Per risollevargli il morale, uno dei suoi fedeli, Karna, lo incoraggiò ad intraprendere il rituale del raja-suya, che fu un grande successo.

I Pandava in incognito alla corte del re Virata

I dodici anni di esilio nella foresta erano agli sgoccioli e quegli ultimi giorni l’argomento maggiormente discusso riguardò il luogo in cui avrebbero dovuto passare quell’ultimo periodo di esilio. Ora avrebbero dovuto trascorrere un anno senza farsi riconoscere da nessuno, altrimenti, se scoperti, sarebbero stati costretti a tornare nelle foreste per altri dodici anni.
Decisero infine di sistemarsi a Matsya, il regno di Virata. Tutti si stistemarono nella corte: Yudhisthira come brahmino avrebbe intrattenuto il re discutendo delle sottili regole della moralità e insegnandogli a giocare a dadi (nel frattempo aveva imparato a giocare meglio); Bhima come cuoco ed eventualmente come lottatore; Arjuna come eunuco avrebbe insegnato canto e danza alle donne di corte; i gemelli come attendenti dei cavalli e delle mandrie; e infine Draupadi sarebbe stata una dama di compagnia per la regina, e dicendo di essere sposa di cinque Gandharva, nessuno avrebbe osato importunarla.
Dieci mesi passarono in fretta, senza particolari problemi. Senonché un giorno, mentre il generale delle armate di Virata passeggiava nel giardino, notò l’incanteole bellezza di Draupadi e subito ne cadde invaghito e desiderò farla sua. Naturalmente Draupadi rifiutò le sue proposte e lo ammonì chiaramente che se avesse insistito, i suoi mariti si sarebbero certamente vendicati; ma lui insistette e anche brutalmente, oltraggiando Draupadi davanti a tutti. Questa volta Draupadi si rivolse direttamente a Bhima, mettendolo al corrente di quanto era successo, ed egli ebbe immediatamente un’idea per sbarazzarsi del mascalzone.
Solo che la morte del generale della corte di Virata non passò inosservata; dopotutto era un valido e posssente guerriero e ben pochi sarebbero stati capaci di abbatterlo così facilmente, uno di questi: Bhima.
E così le spie dei Kaurava riferirono l’accaduto, e subito Duryodhana e i suoi si insospettirono e decisero di attaccare Virata per snidare i presunti cugini.
E in effetti riuscirono nell’intento: attaccando prima a sud, attrassero il re e anche quattro dei Pandava che lo seguirono; mentre attaccando da nord, il figlio del re (che era solo un ragazzino) andò ad affrontarli insieme ad Arjuna che fu immediatamente riconosciuto… ma troppo tardi, perché in quel momento i 13 anni erano già terminati!

La guerra fra i Pandava e i Kaurava

Terminati i tredici anni, finalmente i cinque pandava e la loro affezionata moglie poterono mostrarsi apertamente e ben presto cominciarono i preparativi per affrontare il nemico; da entrambe le parti si mossero per cercare alleanze.
Come Duryodhana si mosse per cercara l’alleanza di Krishna, anche Arjuna di recò a Dvaraka; a quel punto, Krishna, per nulla turbato da quella singolare situazione, che vedeva i due nemici al suo capezzale per chiedergli aiuto, offrì una scelta, “Da una parte ci sono io, che non combatterò attivamente nella battaglia, dall’altra il mio potente esercito”. Senza esitazione Arjuna scelse Krishna, mentre Duryodhana -ridacchiando fra sé e sé pensando che Arjuna era stato davvero uno stolto a rinunciare ad un così potente esercito per avere al suo fianco qualcuno che non avrebbe nemmeno combattuto – scelse naturalmente l’esercito. Ma pare proprio che Duryodhana non avesse capito chi fosse Krishna, eh no, proprio no.
Naturalmente molti fra i re e consiglieri, incluso Krishna stesso, cercano di intercedere per evitare la guerra e riappacificare le famiglie, ma Duryodhana non volle sentire ragioni: non avrebbe restituito ai cugini nemmeno uno spillo!

E fu così che la guerra fu annunciata, le opposte armate si riversarono sul campo di battaglia, entrambe guidate dal potenti e temibili guerrieri. E mentre tutti erano lì uno di fronte a l’altro e facevano risuonare le loro conchiglie di battaglia, Arjuna chiese al suo auriga, che era Krishna, di accompagnarlo al centro del campo. Guardando da una parte e dall’altra vide tutti i suoi parenti, amici, maestri pronti a darsi battaglia e a uccidersi a vicenda; e a quel punto si sentì sconfortato e perse ogni entusiasmo e si lamentò di quella assurda situazione con il suo caro amico Krishna… ed è in questo momento che le Parole del Divino Krishna vennero a consolare Arjuna, ma non solo per questo. Questi capitoli del Mahabharata costituiscono la famosa Bhagavad Gita (il Canto del Beato), nella quale Krishna espone i principi base dello Yoga.
Rinfrancato, Arjuna riprende in mano le sue armi e la battaglia ha inizio.

La guerra durò diversi giorni e da entrambe le parti si ebbero grandi perdite, il campo battaglia, il Kurukshetra, era disseminato da decine di migliaia di vittime, tantissimi valorosi kshatriya erano ormai morti.
Alla fine dell’ottavo giorno, i Pandava avevano subito pesanti perdite, ma quelli che avevano avuto la peggio erano stati senz’altro i Kaurava.
Ma la verità è che, sotto-sotto, nessuno si sentiva di sferrare il colpo di grazia all’altro; né Bhishma, che era dalla parte dei Kaurava ed era il generale, si sentiva di uccidere i Pandava, né i suoi nipoti volevano ucciderlo. Per cui, siccome alla fine il destino dei Kaurava era di essere sconfitti, si dovette fare qualcosa per smuovere la situazione. Bhishma aveva la benedizione che, a meno che non lo volesse lui stesso, nessuno avrebbe potuto farlo morire; d’altra parte lui era stanco di vivere, soprattutto ora che Duryodhana aveva rigettato del tutto il senso della virtù, il soggiorno sulla terra gli era diventato insopportabile e non vedeva l’ora di ritornare al suo pianeta celestiale, dalla sua compagna e dai suoi fratelli. Così, lui stesso suggerì loro il modo di farsi uccidere, e fu ben lieto di farlo.
E fu così che ad uno ad uno, tutti i grandi guerrieri morirono e la guerra si concluse dopo ben 18 giorni con la morte dell’empio Duryodhana e di quasi tutti i guerrieri. Praticamente solo i cinque fratelli Pandava, Krishna e pochi altri sopravvissero. Tutti loro, piuttosto che sentirti trionfanti per la vittoria, si sentirono affranti per la scomparsa di molti dei loro cari parenti e amici.
Ma la vita continua, e Yudhisthira riprese il governo del regno, sempre aiutato dai suoi fratelli.

Conclusione

Il male ormai imperversava sulla Terra, quando gli dei avevano chiesto a Krishna di incarnarsi insieme a loro, uniti nella missione di ristabilire gli eterni principi del dharma.
Egli non vi scese da solo, ma portò con sè i suoi eterni compagni. Quando il seme della verità fu piantato e lo scopo della loro nascita ottenuto, il Signore e i suoi compagni tornarono nelle loro dimore d’origine.
Per qualche tempo il mondo in cui viviamo fu arricchito dalla rara presenza personale di Shri Krishna, il quale prima di ripartire ci ha lasciato le Sue parole – che sono l’Eterna Verità che trascende le limitazioni di questo mondo illusorio – nel sacro libro conosciuto come Bhagavad Gita.
Il Mahabharata di Vyasa è una storia immortale e fintanto che ci sarà una scintilla di virtù nei cuori degli uomini, questo sarà letto e discusso con sommo piacere.



di Silvana Donato

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