Imparare a scrivere Uno

Se è la tua prima volta su questo sito, prendi prima la tua Realizzazione del Sè
13 settembre 2010 In Racconti

Un giorno il maestro cominciò ad insegnare ai suoi alunni a scrivere i numeri partendo dall’Uno, che è solo una linea dritta verticale. Tutti gli studenti scrissero alcune pagine di Uno nel quaderno per imparare bene la scrittura di questo segno.

Uno dei bambini non solo scrisse molte pagine in classe, ma quando tornò a casa continuò a scrivere fiumi di Uno senza fermarsi e ripeteva: ”Non ho imparato bene, devo ancora apprendere perfettamente questa lezione”. Anche in classe continuava, mentre gli altri bambini andavano avanti e imparavano gli altri numeri.
Continuava a ripetere: “Quando avrò imparato bene allora potrò andare avanti e scrivere gli altri numeri”.

Ma il maestro si preoccupò e pensò che il bimbo non era normale. Anche i genitori si preoccuparono, perché non capivano come mai il bimbo s’impegnasse solo a scrivere Uno; e così gli dissero: “Siamo stanchi di te, tutti bimbi stanno già scrivendo tutti i numeri mentre tu sei ancora fermo alla pima lezione!”.
Il bimbo, allora, non sopportando di vederli dispiaciuti si allontanò da casa e andò a vivere di noci nel deserto, per poter continuare i suoi esercizi.

Dopo qualche tempo ritornò e andò a visitare la scuola dove incontrò il maestro e gli disse: “Guarda se ho imparato a scrivere bene Uno; posso scrivere qui sul muro?”
E dopo averlo scritto il muro si separò in due parti.

Storia Sufi di Hazrat Inayat Khan



di Silvana Donato

Ci sono 5 commenti

  1. walter ha detto:

    nn ho capito qual’e’ la morale nel muro diviso in 2?

  2. Andrea ha detto:

    Ciao Walter, in effetti la piccola storia in questione è semplice ma molto profonda, ma non immediatamente afferrabile dal punto di vista intellettuale.
    Provo a darti una traccia di quel che ho capito io, sperando che anch’io riesca ad essere chiaro abbastanza.
    La storia ha un paio di livelli di comprensione.
    Nel primo l’attenzione di Hazrat Inayat Khan (insegnante spirituale Sufi) ci indirizza verso la comprensione che l’intera realtà, nel suo fine, è non-duale. Insomma che ogni aspetto che noi percepiamo ed ogni aspetto interiore lo frazioniamo in due parti. Questa nostra caratteristica ci fa apparire ogni cosa sempre divisa dall’Unità originaria. Ogni cosa viene spezzettata ed opposta ad un’altra, in coppie antitetiche: bene-male , giusto-sbagliato, amore-odio e via dicendo. Tutto è nato ed è stato creato con una profonda semplicità, una semplicità che non separa e divide ogni cosa ma ha la tendenza a ricrearne l’Unità. La stessa unità che percepiamo in noi quando il processo meditativo si esplica in noi, oppure quando le nostre energie interiori si integrano donandoci il benessere psico-fisico. Il corpo e la psiche non sono più “due”, ma “uno”, e da ciò ne traiamo un grande beneficio.
    La seconda lettura che possiamo ricavarne è:
    solo dopo aver riconosciuto e dato risalto alla nostra integrazione nell’Uno possiamo operare cose di grande spessore interiore ed esteriore (il muro che viene diviso in 2). Un essere umano integrato e non più spezzettato in corpo-anima-spirito si muove nell’ambito sociale con un’atteggiamento di ritrovata fiducia compiendo i suoi gesti e indirizzando i propri pensieri verso la bellezza e la naturalezza primordiale del creato. Questa naturalezza era spontaneamente tendente all’unità e l’essere umano vi si riavvicina fermando la distorta visione che contrappone tutto. Tutto ritorna al senso unitario.
    Un caro saluto
    Andrea

    • Silvana Donato ha detto:

      Bello!
      Io invece l’avevo capita diversamente. Ovvero che il bambino era così concentrato e dedito all’apprendimento di quel semplice compito, da arrivare al punto di diventarne maestro.
      Anzi mi è venuto in mente il paragone con lo studio del mantra OM, la sillaba primordiale, il suono della creazione. Se riuscissimo a impararlo alla perfezione e a diventarne maestri, probabilmente saremmo in grado solo con questo mantra di purificare i nostri canali e ottenere l’illuminazione.

  3. walter ha detto:

    si in effetti leggendo attentamente o meglio leggendo dentro di me ho afferrato il concetto della duailta’che alla fine riconduce il tutto ad un unicita’assoluta autentica e DIVINA J.S.M.

  4. Claudio Vestrini ha detto:

    Credo che la posizione riportata nell’articolo, molto profondo, rispecchi al cento per cento il messaggio dell’Advaita Vedanta dell’India. Per spiegare meglio la similitudine, vorrei dare un piccolo contributo riassumendo il concetto di base dell’Advaita con un linguaggio accessibile, sperando di fare cosa gradita.
    C’è un unica sostanza, lo spirito eterno. Questo spirito eternamente “è” ma non si auto percepisce. Per percepirsi infatti bisogna essere almeno in due, c’è bisogno di un soggetto che vede un oggetto. Allora lo spirito si organizza in mille forme viventi, dotate di sensi tra le quali l’uomo.
    Perchè lo fa? Per potersi percepire, conoscersi e fare esperienza di se, proprio tramite i sensi di queste forme viventi. Un esempio: L’uomo mentre vive in un ambiente diversificato, vede, sente tocca, il cane che a sua volta fa lo stesso con l’uomo, così vale per la capra, che esperisce la rondine ecc. Questa interazione continua è tutta un illusione perchè alla fin fine è lo spirito che vede se stesso tramite le forme viventi che ha creato. Compreso? Spero di si!
    Adesso però viene il bello. In tutto questo gioco apparente, si genera un grave inconveniente.
    Le forme interagiscono e si prendono sul serio, dimenticandosi di essere solo oggetti nelle mani dello spirito, si credono indipendenti ed autonome. In particolare l’uomo si crede indipendente e a se stante, si sente separato e per questo minacciato. Per questo motivo soffre. Per uscire da questa condizione (dovuta ad una erronea interpretazione) egli si pone degli scopi, lotta per obiettivi propri e soffre nella vita per ciò che non gli va bene. Ma questa lotta non fa altro che peggiorare le cose, perchè parte dal presupposto di un essere separato. L’Advaita afferma che per smettere di soffrire si debba uscire dall’illusione di essere soggetti a se stanti, riconoscere la verità di un unico spirito. Nel momento in cui ci si renderà conto di essere solo una forma che lo spirito si è data, scomparirà la soggettività e la sofferenza individuale che a lei si lega. Una volta compreso che l’uomo è in realtà spirito eterno, l’essere umano tornerà al vero Se. Con tale ritorno ogni sofferenza cessa in quanto non appartiene a nessuno, non è mai esistito nessun individuo separato ma solo lo spirito eterno, l’unica Coscienza. In questo senso veramente nessuno nasce e nessuno muore.
    Un caro saluto.

go to the top
go to the top

Caro Utente, in nome del nuovo GDPR, ti informiamo che questo sito NON tratta o vende i tuoi dati personali.
Sappi che alcuni blocchi funzionali del sito salvano delle informazioni sul tuo browser, utili per il loro funzionamento.
Noto tutto ciò, se sei d’accordo, ti invitiamo a proseguire su questo sito.