Bhagavad Gita – Capitolo 5

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1 luglio 2011 In Bhagavad Gita, Testi antichi
  1. Arjuna disse: Tu, o Krishna, lodi la rinuncia all’azione e poi lo Yoga dell’azione. Di questi due, dimmi in verità, qual è il più alto cammino?
  2. Shri Krishna disse: Entrambi conducono verso la liberazione, ma lo Yoga dell’azione è superiore alla rinuncia all’azione.
  3. Sappi che chi non desidera e non disprezza i frutti dell’azione è il vero rinunciatario, poiché chi è al di sopra dei due contrari presto trova la sua liberazione.
  4. Le persone ignoranti, ma non i saggi, dicono che Sankhya (perseguire la realizzazione tramite la rinuncia all’azione) e Yoga (perseguire la realizzazione tramite azione) sono sentieri differenti, ma colui che dà tutta la sua anima all’uno raggiunge lo scopo che è comune a entrambi.
  5. Perché lo stato ottenuto con lo Yoga di conoscenza è ottenuta anche con lo Yoga dell’azione. Chi vede Sankhya e Yoga come una cosa sola, costui vede davvero la verità.
  6. Ma la rinuncia, Arjuna, è difficile da ottenere senza lo Yoga dell’azione. Chi è maestro nello Yoga è saggio e ben presto diventa uno con Dio.[1]
  7. Seguendo i dettami dello Yoga, coloro che sono molto puri [2], la cui mente e i sensi sono sotto controllo [3], sebbene agiscano non sono condizionati dalle azioni, in quanto il loro Sé è uno con quello di tutti gli esseri.
  8. Mai pensa che sta facendo qualcosa chi è in armonia e vede la verità; nonostante le attività di vedere o ascoltare, odorare o toccare, mangiare o camminare, dormire o respirare,
  9. parlare o afferrare o rilasciare e persino aprire o chiudere gli occhi si attuano, sa che sono solo i sensi ad essere coinvolti negli oggetti dei sensi.
  10. Chi agisce dedicando tutte le sue attività a Dio, rigettando tutti gli attacamenti, allora non può essere macchiato da nessun peccato, proprio come le acque non macchiano le foglie del loto.
  11. Gli yogi, rigettando gli attaccamenti egoistici, eseguono le azioni prescritte con il corpo, con la mente, con l’intelligenza e con i sensi distaccati per purificare la propria anima.
  12. Chi agisce seguendo questi principi e avendo rinunciato ai frutti delle azioni raggiunge uno stato di pace permanente. Chi agisce non seguendo questi principi essendo attaccato ai frutti dell’azione per il desiderio di goderne rimane legato ad essi.
  13. Colui che domina la sua anima, rinunciando nella mente ad ogni azione con aspettative, e riposa nella gioia della quiete, nel castello dalle nove porte del suo corpo: è libero dal pensare che fa qualsiasi cosa o che è la causa di qualsiasi cosa.
  14. Il Signore del mondo non determina le umane idee erronee di credere di essere l’autori di qualcosa o di essere identificati con le azioni interessate, e nemmeno determina la connessione con i frutti dell’azione; ma ciò è dovuto alla natura stessa della materia quando si intraprende l’azione.
  15. Dio non è responsabile dei peccati o delle virtù di alcuno. Siccome la conoscenza è oscurata dall’ignoranza, tutti gli esseri sono nell’illusione.
  16. Ma per coloro la cui ignoranza è stata dissolta dalla pura conoscenza del loro Sé, quella conoscenza è dentro di loro, come un sole che sorge, e nel suo splendore essi vedono il Supremo.
  17. Coloro che sono dotati di intelligenza spirituale, che meditano sul proprio Sé, la cui fede è salda e per i quali la Verità Assoluta è l’unico obiettivo, ottengono che la loro illusione venga dispersa dalla pura conoscenza e infine la liberazione dal ciclo delle rinascite.
  18. I saggi vedono con equanimità sia un brahmino colto e conoscitore delle scritture, che una mucca, un elefante, un cane e una persona di umili origini.
  19. Coloro le cui mente è sempre equanime ottengono la vittoria della vita su questa terra. Liberi dal dualismo, vedono Tutto come Uno, e sono Uno con Tutto (stabilizzati nella Verità, Brahma).
  20. Colui il cui intelletto è fermo, che è libero dall’illusione, che conosce la Verità, e non gode dei piaceri e non è turbato dai dispiaceri, questi è stabilizzato nella Verità.
  21. Non è attaccato a cose esterne, e in sé egli trova la contentezza interiore. Essendo il suo Sé uno con Brahma, questi attinge dalla gioia eterna.
  22. O Arjuna, i piaceri terreni sono solo fonte di miseria. Essi vengono e vanno, sono transitori: non è in essi che i saggi trovano la gioia.
  23. Ma chi su questa terra, prima della sua morte, si sa liberare dagli impeti scaturiti dal desiderio e dalla collera, questi è ben disciplinato e certamente felice.
  24. Chi possiede la gioia interiore, gioisce del proprio Sé, e quindi ha trovato la Luce interiore. Questo Yogi raggiunge la beatitudine (Brahma-nirvanam): è uno con Dio.
  25. Le persone illuminate dalla Verità raggiungono la beatitudine: non hanno più peccati, né dubbi, la loro anima è in armonia, gioiscono del bene di tutti.
  26. Perché la beatitudine è per sempre con coloro che sono liberi dalla cupidigia e dall’ira, che conoscono la loro propria anima e sono in armonia con essa.
  27. Avendo espulso inutili sensazioni esteriori, avendo controllato il respiro attraverso le narici, e avendo fissato l’attenzione fra le sopracciglia [4],
  28. è in controllo dei sensi, della mente e dell’intelletto, è dedicato solo al raggiungimento della liberazione, senza più desideri, paure o ira, certamente questa persona santa (muni) ha raggiunto la libertà suprema.
  29. Comprendendo che Io sono il Dio di tutto il mondo (sarva loka maheshvaram) che accetta tutte le offerte degli uomini, l’amico di tutte le creature, egli raggiunge la pace.

Note

[1] yoga-yukto: che conosce tutti i trucchi (trucco inteso come tecnica, espediente, trucco del mestiere) dello Yoga, e quindi ne è maestro.
[2] vishuddha atma: vishuddha significa completamente puro e del tutto completo; notare che vishuddhi è il nome del quinto chakra, il chakra della comunicazione, il cui principio sottile è proprio Shri Krishna.
[3] vigit-atma: quando il Sé si manifesta, esso ha sotto controllo la mente e quindi l’anima; in questo caso quindi con atma s’intende anima.
[4] Shri Mataji dice che queste parole sono inesatte. In verità è dannoso porre l’attenzione fra le sopracciglia, poiché provoca un blocco all’Agnya; l’attenzione va portata sulla cima della testa, nel Brahmarandra, come indicato anche nel Dnyaneshwari.

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di Silvana Donato

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