Sai Baba commenta un passo della Bhagavad Gita

Se è la tua prima volta su questo sito, prendi prima la tua Realizzazione del Sè
4 luglio 2011 In Commentari, Testi antichi

Per anni si dubitò del fatto che il Maestro Sai Baba di Shirdi fosse capace di leggere o scrivere e certamente nessuno supponeva che conoscesse il sanscrito. Finché un giorno egli fece un’esposizione che dimostrò la sua erudizione, come pure la sua perspicacia e l’umorismo che gli era naturale.

Un devoto stava facendogli un massaggio, cantando in tono sommesso.
Sai Baba gli chiese cosa stesse mormorando ed egli rispose: «Un verso sanscrito», non sospettando che Sai Baba conoscesse a sufficienza la Scrittura da volere una risposta più precisa.
Comunque gli fu chiesto di quale verso si trattasse.

«Un verso della Bhagavad Gita»
«Bene, ripetilo ad alta voce» lo incitò il Maestro.

Il discepolo allora recitò in sanscrito il verso 34 del quarto capitolo:

Bhagavad Gita versetto 4.34

tad viddhi pranipatena pariprasnena sevaya
upadeksyanti te jnanam jnaninas tattva-darshinah


[trad: Capii che tramie la prosternazione, l’indagine e il servizio presso un Maestro Illuminato, il jnani (leggi ghiani), che ha realizzato la Verità, questi ti insegnerà Jnana (la Conoscenza)]

«Comprendi questo, Nana?» gli chiese Sai Baba.
«Sì»
«Allora spiegami il significato»
Così Nana diede una libera interpretazione nel linguaggio locale, ma Sai Baba non fu soddisfatto.
«Non voglio una parafrasi; voglio lo stretto significato grammaticale, caso, modo e tempo».
Il discepolo allora fece una traduzione letterale, chiedendosi nel contempo se Sai Baba sapesse qualcosa di grammatica sanscrita. E presto lo scoprì.
«In Tat viddhi, cosa significa tat?» gli chiese Sai Baba.
«Jnana»
«Quale conoscenza? Conoscenza di che cosa?»
«Quella di cui si parlava nel verso precedene» rispose il discepolo.
«Che cosa significa Pranipat?» «Prostrazione» «E pat?» «Lo stesso»
«Se hanno lo stesso significato, perché Vyasa avrebbe aggiunto due sillabe non necessarie?» osservò Sai Baba (Vyasa è il leggendario autore del Mahabharata, di cui la Bhagavad Gita è solo una parte).
«Non vedo alcuna differenza tra loro», ammise Nana.

Sai Baba abbandonò quel punto e passò al successivo.
«Che cosa significa prasna?» «Porre domande» «E pariprasna?» «La stessa cosa»
«Se significano la stessa cosa, dobbiamo dedurre che Vyasa era matto e usava la parola più lunga?»
«Ma io non vedo alcuna differenza…» replicò Nana.
«Che cosa significa seva?» continuò il Maestro. «Servizio, proprio come quello che sto facendo nel farti un massaggio». «Niente di più?» «Non vedo cosa possa significare di più».
«Lasciamo anche questo. Passiamo al punto successivo. Krishna ordina ad Arjuna di ottenere jnana da uno jnani. Ma non era Krishna stesso uno jnani?» «Sì» «Allora perché mandare Arjuna dagli altri invece di dargli jnana lui stesso?» «Non lo so».
«È Arjuna un jiva (essere) e perciò un’emanazione di Chaitanya (Coscienza Universale)?» «Sì» «Allora come può essere data la Conoscenza a ciò che è già un’emanazione della Coscienza o Conoscenza?».
Allora Sai Baba interpretò il verso dicendo che non è Jnana che il Guru (Maestro) conferisce, ma Ajnana (la non-conoscenza o ignoranza).

Nana, confuso per quello che prima gli era sembrato chiaro, chiese a Sai Baba di chiarire questi punti.
Egli spiegò:
«Il verso ci dice come un discepolo deve avvicinare il suo Guru al fine di conseguire la Realizzazione del Sé. Questi deve completamente abbandonare corpo, mente, anima e possessi al suo Maestro. Questa è la prostazione a cui si riferisce» (Shirdi Sai Baba stesso non chiese mai l’abbandono delle loro proprietà ai suoi discepoli; quest’affermazione indica più che altro un’attitudine interiore di completo distacco verso ciò che possiediamo, comprendendo che nulla ci appartiene veramente)
«Indagine significa una costante e profonda ricerca della Verità, non un porre domande per semplice curiosità o per un motivo errato, come quello di voler intrappolare il Guru. Il motivo deve essere il puro desiderio per il progresso spirituale e la Realizzazione del Sé».
«Il servizio non va inteso come semplice servizio fisico, come il massaggiare. Affinché sia efficace non ci deve essere l’idea che si è liberi di dare o di non prestare servizio; si deve sentire che il nostro corpo non ci appartiene più, poiché lo si è abbandonato al Maestro, ed esiste soltanto per servirlo». (E questo servire il Maestro ha in realtà un ritorno positivo sul discepolo senza che nemmeno questi se ne renda immediatamente conto, come è raccontato da alcuni discepoli di Sai Baba di Shirdi, proprio grazie alla connessione sottile che si realizza fra il discepolo e l’amina pura che è il Vero Maestro Spirituale).

Poi seguì la spiegazione sul Guru che dà ignoranza, «Bhrama non è forse Pura Conoscenza o Essere?» «Sì» «Ed ogni altra cosa è non-essere o ignoranza (non-conoscenza)?» «Sì» «Non dichiarano forse le scritture che Brahma è al di là del raggiungimento della parola o della mente?» «Sì» «La parola del Guru non è Brahma o Conoscenza?» «No» «Allora ammetti che ciò che il Guru dice non è Conoscenza, ma ignoranza?» «Sembra così.»
«Allora l’istruzione del Guru è semplicemente una forma di ignoranza usata per rimuovere l’ignoranza del discepolo, proprio come si usa una spina per rimuoverne un’altra dal piede, non è vero?» «Credo di sì»
«Il discepolo è un jiva (essere) la cui natura essenziale è conoscenza, non è così?» «Sì» «Allora, ovviamente, non c’è bisogno di dargli Conoscenza, ma semplicemente di rimuovere il velo dell’ignoranza che nasconde la Conoscenza già esistente».
«Questo, naturalmente, non viene fatto in un colpo solo, poiché il discepolo è completamente immerso in un’antica ignoranza e ha bisogno di istruzioni ripetute, che possono prendere molte vite.
E qual è la natura di questa istruzione attraverso la parola su ciò che è al di là della parola? Non è come rimuovere una copertura? L’ignoranza nasconde la preesistente Conoscenza, proprio come le piante acquatiche coprono la superficie di uno stagno. Rimuovi le piante e vedrai l’acqua. Non devi crearla; è già là. » (nota)
«Analizza un altro esempio: una cataratta cresce sull’occhio e impedisce all’uomo di vedere; rimuovi la cataratta ed egli vedrà. L’ignoranza è la cataratta.»

«L’universo è la manifestazione dell’incredibile Maya (illusione), che è ignoranza; tuttavia l’ignoranza è necessaria per illuminare e dissolvere questa ignoranza.»
«La Conoscenza Divina deve essere realizzata, non insegnata. Prostrazione, indagine e servizio sono i metodi con i quali ottenere la Grazia del Guru»
«È un’illusione supporre  che i fenomeni siano reali. Questo è lo schermo dell’gnoranza che copre la Conoscenza. Una volta che questo verrà rimosso, Brahma ovvero La Conoscenza risplenderà.»
«L’ignoranza è il seme del samsara (ciclo di nascita e morte). Instilla negli occhi il collirio della Grazia del Guru e lo schermo di Maya sparirà, lasciando soltanto Jnana (conoscenza).»
«Jnana non è qualcosa da conseguire, è eterna ed autoesistente. D’altra parte, l’ignoranza ha una causa e una fine. La sua radice è il concetto che il devoto è un essere separato da Dio. Annullandolo, rimane Jnana.»
«Ecco la ragione per cui Krishna consigliò ad Arjuna di cercare altri Guru invece di dargli lui stesso Jnana. Krishna considerava forse gli altri jnani separati da sé, oppure il loro insegnamento era differente dal suo? No. Quindi il loro insegnamento è anche il suo e non c’è differenza.»

Sai Baba disse poi a Nana di portare la Bhagavad Gita. Ne avrebbero letto un capitolo al giorno ed egli poi l’avrebbe commentato. Così avvenne, ma non fu presa nessuna registrazione. Poi il libro, la cui forza e profondità si possono intuire dall’esempio citato, semplicemente scomparve.
Questo, comunque, è sufficiente a dimostrare che quanto veniva teorizzato da Sai Baba era il puro Advaita, la dottrina della non-dualità, l’essenza stessa dell’insegnamento spirituale.

Estratto dal libro L’incredibile Sai Baba di Shirdi di Arthur Osborne.

Nota: queste parole non vi ricordano quelle di Socrate?



di Silvana Donato

go to the top
go to the top